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	<title>Energia per il Futuro</title>
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		<title>Nucleare sì, nucleare no?</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 20:14:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nucleare sì, nucleare no? Intervista a Vincenzo Balzani e Marco Ricotti
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		<title>Lettera aperta all&#8217;on. Pierluigi Bersani &#8220;Perché l&#8217;Italia non deve tornare al nucleare e deve invece sviluppare le energie rinnovabili</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 16:21:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[14 maggio 2010
Perché l’Italia
non deve tornare al nucleare
 e deve invece sviluppare le energie rinnovabili
                                     Lettera Aperta
All’on. Pierluigi Bersani, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>14 maggio 2010</p>
<p>Perché l’Italia<br />
non deve tornare al nucleare<br />
 e deve invece sviluppare le energie rinnovabili</p>
<p>                                     Lettera Aperta<br />
All’on. Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico</p>
<p>Siamo un gruppo di docenti e ricercatori di Università e Centri di ricerca. In virtù della conoscenza acquisita con i nostri studi e la quotidiana consultazione della letteratura scientifica internazionale, abbiamo già da tempo sentito il dovere di esprimere la nostra opinione sul problema energetico con l’appello riportato sul sito: www.energiaperilfuturo.it.<br />
Di fronte ad un argomento complesso come quello delle scelte nella politica energetica, l’opinione pubblica oggi è frastornata dalla faciloneria di taluni ambienti governativi ed industriali che danno già per acquisito il ritorno dell’Italia al nucleare, dal rifiuto di quasi tutte le Regioni di ospitare centrali nucleari e da un proliferare di appelli da parte di gruppi più o meno politicamente caratterizzati. In questa situazione confusa, il nostro gruppo di ricercatori e scienziati si rivolge a Lei, segretario di un importante partito politico nel quale in questi giorni ferve il dibattito sul nucleare, per illustrare i motivi in base ai quali riteniamo, in scienza e coscienza, che il ritorno dell’Italia al nucleare sia una scelta strategicamente sbagliata e ogni sforzo debba invece essere concentrato sullo sviluppo delle energie rinnovabili.<br />
Una corretta politica energetica deve basarsi anzitutto sulla riduzione dei consumi mediante l’eliminazione degli sprechi e l’aumento dell’efficienza energetica, poi sullo sviluppo dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili. La direttiva europea 28/2009 obbliga l’Italia, entro il 2020, a ridurre i consumi, ridurre le emissioni di CO2 e a coprire il 17% dei consumi finali con energie rinnovabili. E’ un  percorso virtuoso, nel quale non c’è spazio per il nucleare.<br />
Mentre i costi delle energie rinnovabili scenderanno certamente nei prossimi 10 anni, i costi del nucleare sono per loro natura non ben definiti e destinati ad aumentare, tanto che probabilmente la costruzione delle centrali, se mai inizierà, dovrà essere molto probabilmente sospesa perché fra dieci anni il nucleare non sarà più economicamente conveniente.<br />
In molti paesi d’Europa, Germania in testa, è in atto una silenziosa rivoluzione basata su una filiera che parte dalle attività di ricerca nelle Università, negli enti pubblici e nelle aziende e si estende alla produzione di materiali, alla sperimentazione di impianti su larga scala e all’installazione diffusa di impianti domestici. L’idea di un abbattimento sostanziale delle emissioni di CO2 e di una forte indipendenza energetica sta, in quei paesi, uscendo dalla dimensione del sogno utopico e entrando in quella di un concreto fattore di sviluppo che traina l&#8217;economia e  produce posti di lavoro. L’enorme ulteriore vantaggio di una scelta in favore delle energie rinnovabili sta nel fatto che un euro di investimento oggi può cominciare a produrre energia e a contribuire all’indipendenza energetica in pochi mesi. Nel caso del nucleare, invece gli enormi investimenti di oggi porteranno a produrre nuova energia nel migliore dei casi tra dieci o quindici anni.<br />
Una politica rivolta allo sfruttamento delle potenzialità del solare e delle altre fonti rinnovabili e alla riduzione razionale dei consumi sarà un motore importante per una nuova fase di sviluppo nel nostro paese.<br />
Nel documento allegato vengono esaminati in dettaglio i motivi per un no al nucleare. Il nostro appello sulle scelte energetiche pubblicato sul sito www.energiaperilfuturo.it, è già stato firmato da più di 2000 docenti e ricercatori e da oltre 8000 cittadini.<br />
Siamo disponibili a discutere con Lei e con chiunque rappresenti le istituzioni e la società civile per approfondire il problema nelle sedi opportune.</p>
<p>Il Comitato energiaperilfuturo.it</p>
<p>Vincenzo Balzani (Presidente), Università di Bologna<br />
Vincenzo Aquilanti, Università di Perugia<br />
Nicola Armaroli, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna<br />
Ugo Bardi, Università di Firenze<br />
Salvatore Califano, Università di Firenze<br />
Sebastiano Campagna, Università di Messina<br />
Marco Cervino, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna<br />
Luigi Fabbrizzi, Università di Pavia<br />
Michele Floriano, Università di Palermo<br />
Giovanni Giacometti, Università di Padova<br />
Elio Giamello, Università di Torino<br />
Nazareno Gottardi, già ricercatore dell’EURATOM (Commissione Europea)<br />
Giuseppe Grazzini, Università di Firenze<br />
Francesco Lelj Garolla, Università della Basilicata<br />
Luigi Mandolini, Università “La Sapienza”, Roma<br />
Giovanni Natile, Università di Bari<br />
Giorgio Nebbia, Università di Bari<br />
Gianfranco Pacchioni, Università Milano-Bicocca<br />
Giorgio Parisi, Università “La Sapienza”, Roma<br />
Paolo Rognini, Università di Pisa<br />
Renzo Rosei, Università di Trieste<br />
Leonardo Setti, Università di Bologna<br />
Franco Scandola, Università di Ferrara<br />
Rocco Ungaro, Università di Parma</p>
<p>Allegato<br />
I motivi del no al nucleare</p>
<p>Come è noto, il Governo centrale spinge per il ritorno dell’Italia al nucleare e l’ENEL ha stipulato un accordo preliminare con la ditta francese AREVA per l’acquisto di quattro centrali di tipo EPR da 1650 MW. Per dar ragione di questa scelta si fa ricorso ad argomentazioni che a prima vista possono apparire fondate (si veda, ad esempio, l’opuscolo propagandistico pro-nucleare distribuito dall’ENEL), ma che in realtà sono facilmente confutabili sulla base di dati ampiamente disponibili nella letteratura scientifica ed economica internazionale.<br />
Si sostiene che l’energia nucleare è in forte espansione in tutto il mondo, ma si tratta di un’informazione smentita dai fatti. Da vent’anni il numero di centrali nel mondo è di circa 440 unità e nei prossimi anni le centrali nucleari che saranno spente per ragioni tecniche od economiche sono in numero maggiore di quelle che entreranno in  funzione. In Europa il contributo del nucleare alla potenza elettrica installata è sceso dal 24% del 1995 al 16% del 2008. L’energia elettrica prodotta col nucleare nel mondo è diminuita di 60 TWh dal 2006 al 2008. In realtà, quindi, il nucleare è in declino, semplicemente perché non è economicamente conveniente in un regime di libero mercato. Se lo Stato non si fa carico dei costi nascosti (sistemazione delle scorie, dismissione degli impianti, assicurazioni), oppure non garantisce ai produttori di energia nucleare consumi e prezzi alti, il tutto ovviamente a svantaggio dei cittadini, nessuna impresa privata è disposta ad investire in progetti che presentano alti rischi finanziari di vario tipo, a cominciare dalla incertezza sui tempi di realizzazione. Negli Stati Uniti, dove non si costruiscono centrali nucleari dal 1978, il Presidente Obama, nel suo discorso di insediamento ha detto: “utilizzeremo l’energia del sole, del vento e della terra per alimentare le nostre automobili e per far funzionare le nostre industrie”. La recente decisione del Governo americano di concedere 8,3 miliardi di dollari come prestito garantito ad un’impresa che intenderebbe costruire due reattori nucleari non modifica sostanzialmente la situazione. Obama è evidentemente condizionato dalla fortissima lobby nucleare americana, capeggiata dalla Westinghouse che, volendo vendere all’estero i suoi reattori, deve costruirne almeno qualcuno in patria. La notizia, peraltro, conferma la necessità per il nucleare di ricevere aiuti statali ed è accompagnata (si veda Chem. Eng. News 2010, 88(8), p. 8, February 22, on line February 18) da due interessanti informazioni: la Commissione di sicurezza ha riscontrato difetti nei progetti della Westinghouse e non ha dato il suo benestare alla costruzione dei reattori in oggetto, e l’Ufficio del Bilancio del Congresso ha manifestato preoccupazione perché c’è un’alta probabilità che il progetto fallisca e vadano così perduti gli 8,3 miliardi di dollari dei contribuenti.<br />
Si sostiene che  lo sviluppo dell’energia nucleare è un passo verso l’indipendenza energetica del nostro Paese, ma anche questa è una notizia falsa, semplicemente perché l’Italia non ha uranio. Quindi, nella misura in cui il settore elettrico si volesse liberare dalla dipendenza dei combustibili fossili utilizzando energia nucleare, finirebbe per entrare in un’altra dipendenza, quella dall’uranio, anch’esso da importare e anch’esso in via di esaurimento.<br />
Si sostiene che con l’uso dell’energia nucleare si salva il clima perché non si producono gas serra. In realtà le centrali nucleari, per essere costruite, alimentate con uranio, liberate dalle scorie che producono e, infine, smantellate, richiedono un forte investimento energetico basato sui combustibili fossili. In ogni caso, le centrali nucleari che si intenderebbe installare in Italia non entreranno in funzione prima del 2020 e quindi non potranno contribuire a farci rispettare i parametri dettati dall’Unione Europea (riduzione della produzione di CO2 del 17% per il 2020).<br />
Si afferma  anche che la Francia, grazie al nucleare, è energeticamente indipendente e dispone di energia elettrica a basso prezzo. In realtà la Francia, nonostante le sue 58 centrali nucleari, importa addirittura più petrolio dell’Italia. E’ vero che importa il 40% in meno di gas rispetto all’Italia, ma è anche vero che è costretta ad importare uranio. Che poi l&#8217;energia nucleare non sia il toccasana per risolvere i problemi energetici, lo dimostra una notizia pubblicata su Le Monde del 17 novembre scorso e passata sotto silenzio in Italia: pur avendo 58 reattori nucleari, la Francia attualmente importa energia elettrica.<br />
Secondo voci ufficiali, la costruzione (si noti, solo la costruzione) delle quattro centrali EPR AREVA che si vorrebbero installare in Italia, costerebbe complessivamente 12-15 miliardi di €, ma la costruzione in Finlandia di un reattore dello stesso tipo si è rivelata un’impresa disastrosa. Il contratto prevedeva la consegna del reattore nel settembre 2009, al costo di 3 miliardi di €: a tale data, i lavori erano in ritardo di 3,5 anni ed il costo era aumentato di 1,7 miliardi di €; ma non è finita, perché in novembre le autorità per la sicurezza nucleare di Finlandia e Francia hanno chiesto drastiche modifiche nei sistemi di controllo del reattore, cosa che da una parte causerà ulteriori spese e ritardi e dall&#8217;altra conferma che il problema della sicurezza non è facile da risolvere.<br />
L’Italia non solo non ha uranio, ma non ha neppure la filiera che porta, con operazioni di una certa complessità, dall’uranio grezzo estratto dalle miniere all’uranio arricchito utilizzato nei reattori. Per il combustibile dipenderemo quindi totalmente da paesi stranieri, seppure amici come la Francia. Non bisogna però dimenticare che la Francia a sua volta non ha uranio e che per far funzionare i suoi reattori ne importa il 30% da una nazione politicamente instabile come il Niger.<br />
C’è poi il problema dello smaltimento delle scorie, radioattive per decine o centinaia di migliaia di anni, che neppure negli USA ha finora trovato una soluzione. E c’è il problema dello smantellamento delle centrali nucleari a fine ciclo, operazione complessa, pericolosa e molto costosa, che in genere viene rimandata (di 100 anni in Gran Bretagna), in attesa che la radioattività diminuisca e nella speranza che gli sviluppi della tecnologia rendano più facili le operazioni. Si tratta di due fardelli che passano sulle spalle delle ignare ed incolpevoli  future generazioni!<br />
Il rientro nel nucleare, quindi, è un’avventura piena di incognite. A causa dei lunghi tempi per il rilascio dei permessi e l’individuazione dei siti (3-5 anni), la costruzione delle centrali (5-10 anni), il periodo di funzionamento per ammortizzare gli impianti (40-60 anni), i tempi per lo smantellamento alla fine della operatività (100 anni), la radioattività del combustibile esausto (decine o centinaia di migliaia di anni), il nucleare è una scommessa che si protende nel lontano futuro, con un rischio difficilmente valutabile in termini economici e sociali.<br />
Di fronte ad una domanda di energia sempre crescente,fino ad oggi la politica adottata in Italia e negli altri Paesi sviluppati è stata quella di aumentarne le importazioni. Continuare in questo modo significa correre verso un collasso economico, ambientale e sociale. Oggi la prima cosa da fare è mettere in atto provvedimenti mirati a consumare di meno, cioè a risparmiare energia e ad usarla in modo più efficiente. Autorevoli studi mostrano che nei paesi sviluppati circa il 50% dell’energia primaria viene sprecata e che l’aumento dei consumi energetici non porta ad un aumento del benessere, ma semmai causa nuovi problemi: in Europa nel 2008 gli incidenti stradali causati dall’eccessivo uso dell’automobile hanno provocato 39 mila morti e 1.700.000 feriti. E’ possibile diminuire i consumi energetici in modo sostanziale con opportuni interventi quali l’isolamento degli edifici, il potenziamento del trasporto pubblico, lo spostamento del traffico merci su rotaia e via mare, l’uso di apparecchiature elettriche più efficienti, l’ottimizzazione degli usi energetici finali. Anche in sede Europea, la strategia principale adottata per limitare la produzione di gas serra consiste nel ridurre il consumo di energia (20% in meno entro il 2020).<br />
Quanto alle fonti di energia, l’Italia non ha petrolio, non ha metano, non ha carbone e non ha neppure uranio. La sua unica, grande risorsa è il Sole, una fonte di energia che durerà per 4 miliardi di anni, una stazione di servizio sempre aperta che invia su tutti i luoghi della Terra un’immensa quantità di energia, 10.000 volte quella che l’umanità intera consuma. Una corretta politica energetica deve basarsi sulla riduzione degli sprechi e dei consumi e sullo sviluppo dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili. Come è già  accaduto in altri paesi europei, una diffusa applicazione delle energie rinnovabili creerebbe in tempi brevi nuove imprese industriali ed artigianali e nuovi posti di lavoro.<br />
 Bisogna anche sottolineare che l’eventuale rientro nel nucleare, proprio a causa dei gravi problemi che pone e dei tempi che ipotecano largamente il futuro, non può avvenire senza il consenso politico della grande maggioranza del Parlamento e delle Regioni, alle quali spetta la competenza dell’uso del territorio.<br />
L’espansione del nucleare non è una strada auspicabile neppure a livello mondiale in quanto si tratta di una tecnologia per vari aspetti pericolosa. C’è infatti una stretta connessione dal punto di vista tecnico, oltre che una forte sinergia sul piano economico, fra nucleare civile e nucleare militare, come è dimostrato dalle continue discussioni per lo sviluppo del nucleare in Iran. Una generalizzata diffusione del nucleare civile porterebbe inevitabilmente alla proliferazione di armi nucleari e quindi a forti tensioni fra gli Stati, aumentando anche la probabilità di furti di materiale radioattivo che potrebbe essere utilizzato per devastanti attacchi terroristici.<br />
Infine, è evidente che, a causa del suo altissimo contenuto tecnologico, l’energia nucleare aumenta la disuguaglianza fra le nazioni. Risolvere il problema energetico su scala globale mediante l’espansione del nucleare porterebbe inevitabilmente ad una nuova forma di colonizzazione: quella dei paesi tecnologicamente più avanzati su quelli meno sviluppati. </p>
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		<title>Lettera aperta ai candidati alla carica di Governatore nelle Elezioni Regionali</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 20:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Perché l’Italia
non deve tornare al nucleare
 e deve invece sviluppare le energie rinnovabili
                                     Lettera Aperta
ai candidati alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>15 marzo 2010</p>
<p><em>Perché l’Italia<br />
non deve tornare al nucleare<br />
 e deve invece sviluppare le energie rinnovabili</em></p>
<p>                                     <strong>Lettera Aperta<br />
ai candidati alla carica di Governatore nelle Elezioni Regionali</strong></p>
<p>Siamo un gruppo di docenti e ricercatori di Università e Centri di ricerca. In virtù della conoscenza acquisita con i nostri studi e la quotidiana consultazione della letteratura scientifica internazionale, abbiamo già da tempo sentito il dovere di esprimere la nostra opinione sul problema energetico con l’appello riportato sul sito: www.energiaperilfuturo.it. Poiché le Regioni sono direttamente coinvolte nelle scelte di politica energetica, in occasione delle ormai prossime elezioni vogliamo illustrare anche a voi, candidati Governatori, i motivi per i quali riteniamo che il ritorno dell’Italia al nucleare sia una scelta strategicamente sbagliata e ogni sforzo debba invece essere concentrato sullo sviluppo delle energie rinnovabili.<br />
Una corretta politica energetica deve basarsi anzitutto sulla riduzione dei consumi mediante l’eliminazione degli sprechi e l’aumento dell’efficienza energetica, poi sullo sviluppo dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili. Le Regioni italiane possono e devono giocare un ruolo importante, anche perché la direttiva europea 28/2009 obbliga l’Italia, entro il 2020, a ridurre i consumi, ridurre le emissioni di CO2 e a coprire il 17% dei consumi finali con energie rinnovabili. E’ un  percorso virtuoso, nel quale non c’è spazio per il nucleare.<br />
Mentre i costi delle energie rinnovabili scenderanno certamente nei prossimi 10 anni, i costi del nucleare sono per loro natura non ben definiti e destinati ad aumentare, tanto che probabilmente la costruzione delle centrali, se mai inizierà, dovrà essere molto probabilmente sospesa perché fra dieci anni il nucleare non sarà più economicamente conveniente.<br />
In molti paesi d’Europa, Germania in testa, è in atto una silenziosa rivoluzione basata su una filiera che parte dalle attività di ricerca nelle Università, negli enti pubblici e nelle aziende e si estende alla produzione di materiali, alla sperimentazione di impianti su larga scala e all’installazione diffusa di impianti domestici. L’idea di un abbattimento sostanziale delle emissioni di CO2 e di una forte indipendenza energetica sta, in quei paesi, uscendo dalla dimensione del sogno utopico e entrando in quella di un concreto fattore di sviluppo che traina l&#8217;economia e  produce posti di lavoro. L’enorme ulteriore vantaggio di una scelta in favore delle energie rinnovabili sta nel fatto che un euro di investimento oggi può cominciare a produrre energia e a contribuire all’indipendenza energetica in pochi mesi. Nel caso del nucleare, invece gli enormi investimenti di oggi porteranno a produrre nuova energia nel migliore dei casi tra dieci o quindici anni.<br />
Una politica rivolta allo sfruttamento delle potenzialità del solare e delle altre fonti rinnovabili e alla riduzione razionale dei consumi sarà un motore importante per una nuova fase di sviluppo nel nostro paese.<br />
Nel documento allegato vengono esaminati in dettaglio i motivi per un no al nucleare. Nel chiedervi di aderire all’appello sulle scelte energetiche pubblicato sul sito www.energiaperilfuturo.it che è già stato firmato da più di 2000 docenti e ricercatori e da oltre 8000 cittadini, siamo a vostra disposizione per discutere il problema energetico in modo più approfondito nelle sedi opportune.</p>
<p>Il Comitato energiaperilfuturo.it</p>
<p>Vincenzo Balzani (Presidente), Università di Bologna<br />
Vincenzo Aquilanti, Università di Perugia<br />
Nicola Armaroli, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna<br />
Ugo Bardi, Università di Firenze<br />
Salvatore Califano, Università di Firenze<br />
Sebastiano Campagna, Università di Messina<br />
Marco Cervino, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna<br />
Luigi Fabbrizzi, Università di Pavia<br />
Michele Floriano, Università di Palermo<br />
Giovanni Giacometti, Università di Padova<br />
Elio Giamello, Università di Torino<br />
Nazareno Gottardi, già ricercatore dell’EURATOM (Commissione Europea)<br />
Giuseppe Grazzini, Università di Firenze<br />
Francesco Lelj Garolla, Università della Basilicata<br />
Luigi Mandolini, Università “La Sapienza”, Roma<br />
Giovanni Natile, Università di Bari<br />
Giorgio Nebbia, Università di Bari<br />
Gianfranco Pacchioni, Università Milano-Bicocca<br />
Giorgio Parisi, Università “La Sapienza”, Roma<br />
Paolo Rognini, Università di Pisa<br />
Renzo Rosei, Università di Trieste<br />
Leonardo Setti, Università di Bologna<br />
Franco Scandola, Università di Ferrara<br />
Rocco Ungaro, Università di Parma</p>
<p>Allegato<br />
<em>I motivi del no al nucleare</em></p>
<p>Come è noto, il Governo centrale spinge per il ritorno dell’Italia al nucleare e l’ENEL ha stipulato un accordo preliminare con la ditta francese AREVA per l’acquisto di quattro centrali di tipo EPR da 1650 MW. Per dar ragione di questa scelta si fa ricorso ad argomentazioni che a prima vista possono apparire fondate, ma che in realtà sono facilmente confutabili sulla base di dati ampiamente disponibili nella letteratura scientifica ed economica internazionale.<br />
Si sostiene che l’energia nucleare è in forte espansione in tutto il mondo, ma si tratta di un’informazione smentita dai fatti. Da vent’anni il numero di centrali nel mondo è di circa 440 unità e nei prossimi anni le centrali nucleari che saranno spente per ragioni tecniche od economiche sono in numero maggiore di quelle che entreranno in  funzione. In Europa il contributo del nucleare alla potenza elettrica installata è sceso dal 24% del 1995 al 16% del 2008. L’energia elettrica prodotta col nucleare nel mondo è diminuita di 60 TWh dal 2006 al 2008. In realtà, quindi, il nucleare è in declino, semplicemente perché non è economicamente conveniente in un regime di libero mercato. Se lo Stato non si fa carico dei costi nascosti (sistemazione delle scorie, dismissione degli impianti, assicurazioni), oppure non garantisce ai produttori di energia nucleare consumi e prezzi alti, il tutto ovviamente a svantaggio dei cittadini, nessuna impresa privata è disposta ad investire in progetti che presentano alti rischi finanziari di vario tipo, a cominciare dalla incertezza sui tempi di realizzazione. Negli Stati Uniti, dove non si costruiscono centrali nucleari dal 1978, il Presidente Obama, nel suo discorso di insediamento ha detto: “utilizzeremo l’energia del sole, del vento e della terra per alimentare le nostre automobili e per far funzionare le nostre industrie”. La recente decisione del Governo americano di concedere 8,3 miliardi di dollari come prestito garantito ad un’impresa che intenderebbe costruire due reattori nucleari non modifica sostanzialmente la situazione. Obama è evidentemente condizionato dalla fortissima lobby nucleare americana, capeggiata dalla Westinghouse che, volendo vendere all’estero i suoi reattori, deve costruirne almeno qualcuno in patria. La notizia, peraltro, conferma la necessità per il nucleare di ricevere aiuti statali ed è accompagnata (si veda Chem. Eng. News 2010, 88(8), p. 8, February 22, on line February 18) da due interessanti informazioni: la Commissione di sicurezza ha riscontrato difetti nei progetti della Westinghouse e non ha dato il suo benestare alla costruzione dei reattori in oggetto, e l’Ufficio del Bilancio del Congresso ha manifestato preoccupazione perché c’è un’alta probabilità che il progetto fallisca e vadano così perduti gli 8,3 miliardi di dollari dei contribuenti.<br />
Si sostiene che  lo sviluppo dell’energia nucleare è un passo verso l’indipendenza energetica del nostro Paese, ma anche questa è una notizia falsa, semplicemente perché l’Italia non ha uranio. Quindi, nella misura in cui il settore elettrico si volesse liberare dalla dipendenza dei combustibili fossili utilizzando energia nucleare, finirebbe per entrare in un’altra dipendenza, quella dall’uranio, anch’esso da importare e anch’esso in via di esaurimento.<br />
Si sostiene che con l’uso dell’energia nucleare si salva il clima perché non si producono gas serra. In realtà le centrali nucleari, per essere costruite, alimentate con uranio, liberate dalle scorie che producono e, infine, smantellate, richiedono un forte investimento energetico basato sui combustibili fossili. In ogni caso, le centrali nucleari che si intenderebbe installare in Italia non entreranno in funzione prima del 2020 e quindi non potranno contribuire a farci rispettare i parametri dettati dall’Unione Europea (riduzione della produzione di CO2 del 17% per il 2020).<br />
Si afferma  anche che la Francia, grazie al nucleare, è energeticamente indipendente e dispone di energia elettrica a basso prezzo. In realtà la Francia, nonostante le sue 58 centrali nucleari, importa addirittura più petrolio dell’Italia. E’ vero che importa il 40% in meno di gas rispetto all’Italia, ma è anche vero che è costretta ad importare uranio. Che poi l&#8217;energia nucleare non sia il toccasana per risolvere i problemi energetici, lo dimostra una notizia pubblicata su Le Monde del 17 novembre scorso e passata sotto silenzio in Italia: pur avendo 58 reattori nucleari, la Francia attualmente importa energia elettrica.<br />
Secondo voci ufficiali, la costruzione (si noti, solo la costruzione) delle quattro centrali EPR AREVA che si vorrebbero installare in Italia, costerebbe complessivamente 12-15 miliardi di €, ma la costruzione in Finlandia di un reattore dello stesso tipo si è rivelata un’impresa disastrosa. Il contratto prevedeva la consegna del reattore nel settembre 2009, al costo di 3 miliardi di €: a tale data, i lavori erano in ritardo di 3,5 anni ed il costo era aumentato di 1,7 miliardi di €; ma non è finita, perché in novembre le autorità per la sicurezza nucleare di Finlandia e Francia hanno chiesto drastiche modifiche nei sistemi di controllo del reattore, cosa che da una parte causerà ulteriori spese e ritardi e dall&#8217;altra conferma che il problema della sicurezza non è facile da risolvere.<br />
L’Italia non solo non ha uranio, ma non ha neppure la filiera che porta, con operazioni di una certa complessità, dall’uranio grezzo estratto dalle miniere all’uranio arricchito utilizzato nei reattori. Per il combustibile dipenderemo quindi totalmente da paesi stranieri, seppure amici come la Francia. Non bisogna però dimenticare che la Francia a sua volta non ha uranio e che per far funzionare i suoi reattori ne importa il 30% da una nazione politicamente instabile come il Niger.<br />
C’è poi il problema dello smaltimento delle scorie, radioattive per decine o centinaia di migliaia di anni, che neppure negli USA ha finora trovato una soluzione. E c’è il problema dello smantellamento delle centrali nucleari a fine ciclo, operazione complessa, pericolosa e molto costosa, che in genere viene rimandata (di 100 anni in Gran Bretagna), in attesa che la radioattività diminuisca e nella speranza che gli sviluppi della tecnologia rendano più facili le operazioni. Si tratta di due fardelli che passano sulle spalle delle ignare ed incolpevoli  future generazioni!<br />
Il rientro nel nucleare, quindi, è un’avventura piena di incognite. A causa dei lunghi tempi per il rilascio dei permessi e l’individuazione dei siti (3-5 anni), la costruzione delle centrali (5-10 anni), il periodo di funzionamento per ammortizzare gli impianti (40-60 anni), i tempi per lo smantellamento alla fine della operatività (100 anni), la radioattività del combustibile esausto (decine o centinaia di migliaia di anni), il nucleare è una scommessa che si protende nel lontano futuro, con un rischio difficilmente valutabile in termini economici e sociali.<br />
Di fronte ad una domanda di energia sempre crescente,fino ad oggi la politica adottata in Italia e negli altri Paesi sviluppati è stata quella di aumentarne le importazioni. Continuare in questo modo significa correre verso un collasso economico, ambientale e sociale. Oggi la prima cosa da fare è mettere in atto provvedimenti mirati a consumare di meno, cioè a risparmiare energia e ad usarla in modo più efficiente. Autorevoli studi mostrano che nei paesi sviluppati circa il 50% dell’energia primaria viene sprecata e che l’aumento dei consumi energetici non porta ad un aumento del benessere, ma semmai causa nuovi problemi: in Europa nel 2008 gli incidenti stradali causati dall’eccessivo uso dell’automobile hanno provocato 39 mila morti e 1.700.000 feriti. E’ possibile diminuire i consumi energetici in modo sostanziale con opportuni interventi quali l’isolamento degli edifici, il potenziamento del trasporto pubblico, lo spostamento del traffico merci su rotaia e via mare, l’uso di apparecchiature elettriche più efficienti, l’ottimizzazione degli usi energetici finali. Anche in sede Europea, la strategia principale adottata per limitare la produzione di gas serra consiste nel ridurre il consumo di energia (20% in meno entro il 2020).<br />
Quanto alle fonti di energia, l’Italia non ha petrolio, non ha metano, non ha carbone e non ha neppure uranio. La sua unica, grande risorsa è il Sole, una fonte di energia che durerà per 4 miliardi di anni, una stazione di servizio sempre aperta che invia su tutti i luoghi della Terra un’immensa quantità di energia, 10.000 volte quella che l’umanità intera consuma. Una corretta politica energetica deve basarsi sulla riduzione degli sprechi e dei consumi e sullo sviluppo dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili. Come è già  accaduto in altri paesi europei, una diffusa applicazione delle energie rinnovabili creerebbe in tempi brevi nuove imprese industriali ed artigianali e nuovi posti di lavoro.<br />
 Bisogna anche sottolineare che l’eventuale rientro nel nucleare, proprio a causa dei gravi problemi che pone e dei tempi che ipotecano largamente il futuro, non può avvenire senza il consenso politico della grande maggioranza del Parlamento e delle Regioni, alle quali spetta la competenza dell’uso del territorio.<br />
L’espansione del nucleare non è una strada auspicabile neppure a livello mondiale in quanto si tratta di una tecnologia per vari aspetti pericolosa. C’è infatti una stretta connessione dal punto di vista tecnico, oltre che una forte sinergia sul piano economico, fra nucleare civile e nucleare militare, come è dimostrato dalle continue discussioni per lo sviluppo del nucleare in Iran. Una generalizzata diffusione del nucleare civile porterebbe inevitabilmente alla proliferazione di armi nucleari e quindi a forti tensioni fra gli Stati, aumentando anche la probabilità di furti di materiale radioattivo che potrebbe essere utilizzato per devastanti attacchi terroristici.<br />
Infine, è evidente che, a causa del suo altissimo contenuto tecnologico, l’energia nucleare aumenta la disuguaglianza fra le nazioni. Risolvere il problema energetico su scala globale mediante l’espansione del nucleare porterebbe inevitabilmente ad una nuova forma di colonizzazione: quella dei paesi tecnologicamente più avanzati su quelli meno sviluppati. </p>
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		<title>L&#8217;Italia è il paese più indadatto al mondo per l&#8217;atomo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 20:48:15 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2009/12/23/NZ_03_SPAL.html"></p>
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		<title>Lettera del Prof. Balzani su Il Giornale</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 11:41:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Balzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Caro dott. Granzotto,
anzitutto la ringrazio di aver pubblicato nella sua rubrica il mio intervento sulla discussione relativa al rientro dell’Italia nel nucleare. Oggi è quanto mai opportuno esporre posizioni diverse in modo civile ed educato. Nessuno ha la verità in tasca, e tutti possiamo imparare da un confronto sui fatti.
In un certo senso è vero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro dott. Granzotto,</p>
<p>anzitutto la ringrazio di aver pubblicato nella sua rubrica il mio intervento sulla discussione relativa al rientro dell’Italia nel nucleare. Oggi è quanto mai opportuno esporre posizioni diverse in modo civile ed educato. Nessuno ha la verità in tasca, e tutti possiamo imparare da un confronto sui fatti.</p>
<p>In un certo senso è vero che, come Lei ha scritto, &lt;è più pericoloso acquistare il petrolio che l’uranio&gt;, poiché l’uranio si può acquistare da Paesi più attendibili di quelli che ci forniscono i combustibili fossili. E’ vero cioè che il ritorno al nucleare ci permetterebbe di diversificare le fonti di energia, non però di fare neppure un passo verso l’indipendenza energetica. Infatti, se è vero che l’Italia deve importare quasi tutto il petrolio, il metano e il carbone che consuma, è anche vero che dovrebbe importare tutto l’uranio necessario a far funzionare le centrali. L’unica risorsa energetica abbondante che l’Italia ha è l’energia solare e se vogliamo muoverci nella direzione dell’indipendenza energetica  dobbiamo sviluppare l’uso di questa fonte, abbondante ed inesauribile, con tutto l’impegno possibile.</p>
<p>Provo ora a spiegarle, come mi ha chiesto, perché la Francia, pur avendo 58 centrali nucleari, importa energia elettrica e al tempo stesso, come Lei giustamente sottolinea, la esporta anche in Italia. La Francia molti anni fa si è gettata a capofitto nello sviluppo del nucleare, anche per dotarsi di bombe nucleari. Si è illusa di poter produrre energia elettrica dal nucleare in quantità tali da soddisfare non solo tutti i normali consumi elettrici (illuminazione, elettrodomestici, ecc.), ma anche bisogni quali il riscaldamento dell’acqua e degli edifici che da noi vengono soddisfatti, in modo più efficiente, con altre fonti di energia (ad es., metano). Le centrali nucleari devono funzionare a ritmo costante, cioè produrre sempre la stessa quantità di energia, giorno e notte. Per far fronte agli alti consumi del giorno, la Francia deve produrre molta energia anche di notte, quando ne usa poca. Ecco perché è in un certo senso costretta ad esportare energia di notte, e lo può fare solo a prezzi relativamente bassi: l’Italia e anche altri Paesi l’acquistano, ad esempio per &lt;ricaricare&gt; le riserve idroelettriche. In Francia ultimamente è accaduto che alcune centrali sano ferme per guasti tecnici (anche perché vecchie) e altre non possano funzionare per la scarsità di acqua di raffreddamento. Quindi di giorno la Francia non ha sufficiente energia elettrica per coprire il suo alto fabbisogno, ed è costretta ad importarla, anche dall’Italia che ha un eccesso di capacità produttiva di energia elettrica mediante centrali a gas. Attualmente, come nota l’articolo di Le Monde del 17 novembre, è più la quantità di energia elettrica che la Francia importa di giorno di quella che esporta di notte. Ecco spiegato l’arcano.</p>
<p>Cordiali saluti,</p>
<p>Vincenzo Balzani</p>
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		<title>Il no al nucleare è una «religione» per integralisti. La replica del Prof. Vincenzo Balzani</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 15:24:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ragione per cui l&#8217;energia nucleare non può contribuire alla indipendenza energetica del nostro Paese non è legata al piccolo numero di centrali, ma all&#8217;incontrovertibile fatto che l&#8217;Italia non ha uranio, che dovrebbe quindi importare.

Il nucleare non è compatibile col libero mercato; infatti si costruiscono nuove centrali praticamente solo nei Paesi ad economia pianificata come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--><span style="font-family: Courier,Courier New;"><span style="font-size: 14px;">La ragione per cui l&#8217;energia nucleare non può contribuire alla indipendenza energetica del nostro Paese non è legata al piccolo numero di centrali, ma all&#8217;incontrovertibile fatto che l&#8217;Italia non ha uranio, che dovrebbe quindi importare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Courier,Courier New;"><span style="font-size: 14px;"><br />
Il nucleare non è compatibile col libero mercato; infatti si costruiscono nuove centrali praticamente solo nei Paesi ad economia pianificata come Cina, Russia ed India, dove lo Stato si accolla gran parte dei costi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Courier,Courier New;"><span style="font-size: 14px;"><br />
Il tentativo del rilancio del nucleare in Europa da parte della ditta francese AREVA con la costruzione in Finlandia di un reattore del tipo di quelli che si vorrebbero installare in Italia sta naufragando: il contratto prevedeva la consegna del reattore &lt;chiavi in mano&gt; nel settembre 2009 al costo di 3 miliardi di €: ad oggi, i lavori sono in ritardo di 3,5 anni ed il costo è aumentato di 1,7 miliardi; ma non è finita, perché nel novembre scorso le autorità per la sicurezza nucleare di Finlandia, Francia ed Inghilterra hanno chiesto drastiche modifiche nei sistemi di controllo del reattore, cosa che da una parte causerà ulteriori ritardi e dall&#8217;altra conferma che il problema della sicurezza non è risolto.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Courier,Courier New;"><span style="font-size: 14px;"><br />
Due problemi rendono molto difficile se non impossibile la costruzione di centrali mucleari nei paesi a libero mercato. Il primo è  in che modo e con quali costi si provvederà della messa in sicurezza delle scorie ad alta radioattività, pericolose per centinaia di migliaia di anni, problema che non è stato risolto neppure negli Stati Uniti. Il secondo è chi si deve assumere l&#8217;onere dello  smantellamento delle centrali al termine del loro funzionamento, problema che ad esempio in Gran Bretagna si è stabilito di rimandare di 100 anni dopo la chiusura.</span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: Courier,Courier New;"><span style="font-size: 14px;"><br />
Quanto agli Stati Uniti, McCain aveva nel suo programma la costruzione di 54 nuove centrali nucleari, mentre oggi con Obama non è stata autorizzata la costruzione neppure di una centrale.<br />
Infine, se l&#8217;energia nucleare è il toccasana per risolvere i problemi energetici, qualcuno dovrebbe spiegare la notizia data da Le Monde il 17 novembre scorso: pur avendo 58 reattori nucleari, la Francia attualmente<em> importa</em> energia elettrica.</p>
<p>Vincenzo Balzani</span></span> <!--EndFragment--></p>
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		<title>Il no al nucelare è una &#8220;religione&#8221; per integralisti</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 15:22:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da  Il Giornale 6 dicembre 2009

Il no al nucleare è una «religione» per integralisti
Caro Granzotto,
le ho appena scritto che clima ed energia non sono temi adatti a un raffinato umanista come lei e lei che fa ? Fa rispondere a Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all&#8217;Università di Modena e Reggio Emilia, le cui opinioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da  <!--StartFragment--><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: 14px;">Il Giornale 6 dicembre 2009<br />
</span></span><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: Courier,Courier New;"><br />
<strong>Il no al nucleare è una «religione» per integralisti</strong></span></span></p>
<p>Caro Granzotto,</p>
<p>le ho appena scritto che clima ed energia non sono temi adatti a un raffinato umanista come lei e lei che fa ? Fa rispondere a Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all&#8217;Università di Modena e Reggio Emilia, le cui opinioni in favore del nucleare sono arcinote ai lettori del Giornale, che non ne ha mai pubblicate di diverse.Per informazione, le allego la «lettera aperta » inviata lo scorso maggio al  presidente del Consiglio e ai ministri interessati al tema nucleare dal prof. Vincenzo Balzani, docente di Chimica all&#8217;Università di Bologna (la migliore italiana, secondo una recente classifica internazionale). Per buon peso, allego anche la recentissima opinione, negativa, sul nucleare manifestata dal prof. Carlo Rubbia, esperto di Fisica delle Alte Energie e Premio Nobel per le sue scoperte in quel settore.</p>
<p>Leonardo Libero</p>
<p>Ma caro Libero,</p>
<p>«un passo verso» è «un passo verso» e non il fine corsa. Mettiamo che si vogliaperché dovremmo dedicare anche un solo rigo del Giornale (cosa che comunque io farò, per compiacerla) alla predicazione antinucleare? Le ragioni dei nonuke le conosciamo dagli anni &#8216;60 e sono sempre quelle. In due parole, per produrre energia tutto è meglio, più efficace, meno costoso e più ecologicamente corretto del nucleare. Anche la purea di piselli. Comunque, nel natalizio clima buonista, vuole che dia conto dell&#8217;appello del professorì Balzani? Afferma l&#8217;insigne cattedratico che «autorevoli studi mostrano che nei Paesi sviluppati circa il 50% dell&#8217;energia primaria viene sprecata», quindi utilizziamola meglio.E fin qui nessuna obiezione.Scrive poi Balzani che «si dice che lo sviluppodell&#8217;energia nucleare è un passo verso l&#8217;indipendenza energetica del nostro Paese ».Vero niente, sostiene il prof, perché le quattro centrali previste dal governo «produrrebbero solo il 14 percento dei consumi elettrici». Be&#8217; vede, caro Libero, per noi «raffinati umanisti», com&#8217;ella gentilmente mi designa, convertire la produzione di energia con combustibili fossili in energia prodotta col nucleare. Se  l&#8217;obiettivo dovesse essere la riconversione al 100%, quel 14 percento rappresenterebbe ciò che si dice «un passo verso» la meta programmata. Giusto, no? Il professor Balzani scrive poi che non è vero che il nucleare non liberi quello schifo dei gas serra, che sia cioè ecologicamente corretto. Però, per avvalorare la sua tesi precisa che tutta &#8217;sta marea di gas serra non sarebbe prodotto durante il funzionamento, ma nel corso dalla costruzione e del successivo inevitabile smantellamento delle centrali. Però, messa così, non c&#8217;è  scampo:anche l&#8217;idolatrata auto elettrica risulterebbe una pestifera fabbrica di anidridecarbonica. Ma anche a voler dargliele tutte per buone, su un punto a mio parere inciampa il professor Balzani.Quandoscrivechel&#8217;abbandono del nucleare sarebbe in sintonia con «lo spirito che anima il nuovo presidente americano Obama: &#8220;&#8230; utilizzeremo l&#8217;energia del sole,del vento e della terra per alimentare le nostre automobili e per far funzionare le nostre industrie&#8221;». Scusi, sa, caro Libero, se mi viene da ridere. Obama ne ha sparate tante e di grosse, ma questa delle auto e delle industrie che vanno avanti a forza di energia eolica è proprio una grullata (senza dire che il piano energetico «environment friendly» di Obama comporta anche la costruzione di una decina di centrali nucleari). Resterebbe Carlo Rubbia, un Nobel. Fortissimamente avverso al nucleare e spasmodicamente favorevole all&#8217;energia solare termodinamica colla quale, secondo il suo autorevole giudizio, si risolverebbero tutti i problemi. Si dà però il caso che Rubbia sia il padre degli impianti a energia solare termodinamica. E si sa, è ben noto, che ogni scarrafone è bello a mamma &#8211; ma anche a babbo &#8211; suo. S&#8217;è mai visto uno che t&#8217;inventa la CocaCola e poi va in giro a dire che è meglio la Pepsi?</p>
<p>Paolo Granzotto</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Povero Galileo</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 21:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Bardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aspoitalia.it/blog/nte/2009/10/31/povero-galileo-commenti-al-margine-del-convegno-galileo-2009/"></p>
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		<title>Eolico di alta quota: un’era di abbondanza? (di Ugo Bardi)</title>
		<link>http://www.energiaperilfuturo.it/?p=220</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 08:11:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Bardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saperne di più]]></category>

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		<description><![CDATA[luglio 13th, 2009 &#124; Notizie
(Ringrazio Massimo Spiga, di “Megachip” per la traduzione di questo mio articolo apparso su “The Oil Drum”.)
______________________________________________________________
L’eolico ad alta quota: arriva l’Abbondanza? – 13/07/09
di Ugo Bardi – «The Oil Drum: Europe»  Energia eolica raccolta ad alta quota grazie all’uso di aquiloni: questa è l’idea fondamentale della tecnologia Kitegen. In questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>luglio 13th, 2009 | <a title="Visualizza tutti gli articoli in Notizie" rel="category tag" href="http://www.aspoitalia.it/blog/nte/category/notizie/">Notizie</a></p>
<p>(Ringrazio Massimo Spiga, di “Megachip” per <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.megachip.info');" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=9340">la traduzione</a> di questo mio articolo apparso su “The Oil Drum”.)</p>
<p>______________________________________________________________</p>
<p><span><strong>L’eolico ad alta quota: arriva l’Abbondanza? – 13/07/09</strong></span></p>
<p><span style="font-style: italic;"><img style="border: 1px solid; width: 110px; height: 110px; float: left;" src="http://www.megachip.info/ff/kitegenStemVolo550-mega.jpg" alt="kitegenStemVolo550" hspace="20" />di <span style="font-weight: bold;">Ugo Bardi</span> – <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/europe.theoildrum.com');" href="http://europe.theoildrum.com/node/5538">«The Oil Drum: Europe»</a></span><br style="font-style: italic;" /> <br style="font-style: italic;" /> <span style="font-style: italic;">Energia eolica raccolta ad alta quota grazie all’uso di aquiloni: questa è l’idea fondamentale della tecnologia Kitegen. In questa configurazione (detta “a stelo”), l’aquilone raggiunge un’altitudine di circa 1000 metri ed esercita una trazione su di un generatore elettrico posto al suolo. L’energia eolica d’alta quota si prospetta come una tecnologia a basso costo e di facile diffusione, capace, in teoria, di produrre quantità di energia paragonabili, o addirittura superiori, alla produzione odierna, basata sui carburanti fossili. (<a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.kitegen.com');" href="http://www.kitegen.com/stem/" target="_blank">clicca qui</a> per vedere una rappresentazione animata del funzionamento dello stelo).</span></p>
<p>Come mai l’energia é un problema? Dopotutto, abbonda ovunque intorno a noi. Il Sole proietta sulla superficie terrestre una dose quotidiana di energia che corrisponde a quasi diecimila volte quella da noi prodotta (principalmente con lo sfruttamento dei carburanti fossili). Inoltre, questa stima non include l’energia geotermica né le prospettive possibili dell’energia nucleare, specialmente se si parla di quella ottenuta grazie alla fusione. E’ sufficiente un assaggio a questo banchetto energetico che ci circonda per offrirci più di quanto ci serva.</p>
<p>Ma, ovviamente, le cose non sono così semplici. Per soddisfare le nostre necessità dipendiamo ancora dai carburanti fossili in maniera consistente e la conversione a fonti di energia alternative si sta dimostrando un processo molto lento e difficoltoso. La costruzione degli impianti nucleari tradizionali sta diminuendo (WNA 2009) e l’energia prodotta dalla fusione rimane ancora una frontiera lontana. Le fonti di energia rinnovabile tradizionali, come la combustione del legno e l’idroelettricità, hanno possibilità di espansione molto limitate, mentre le “nuove” rinnovabili (principalmente la fotovoltaica e l’eolica) producono solo una minuscola frazione del fabbisogno energetico del pianeta. Per la prima volta nella storia, l’anno scorso, l’energia fornita da fonti rinnovabili ha superato quella degli impianti tradizionali in Europa e negli Stati Uniti (REN21 2009). Le fonti rinnovabili crescono velocemente, ma possono farlo abbastanza rapidamente da compensare il consumo dei carburanti fossili?</p>
<p><img style="width: 600px; height: 450px; float: right;" src="http://www.megachip.info/ff/kitegen1_2_128k-frecce-mega.jpg" alt="kitegen1_2_128k-frecce" hspace="5" vspace="5" />E’ un problema di costi. Il che può essere inteso come mero costo monetario oppure come redditività energetica dell’energia investita (definito con la sigla EROEI). Come mostrato nei grafici di Charles Hall (2009), l’EROEI delle fonti rinnovabili è, nella maggior parte dei casi, ragionevolmente alto (con l’eccezione dei biocarburanti). Si attesta intorno a 10 per gli impianti fotovoltaici e 20 per quelli eolici: un ritorno simile a quello della tecnologia nucleare. Sono ritorni eccellenti, considerando l’investimento, ma non arrivano al livello che i carburanti fossili raggiunsero nella loro epoca d’oro. Decenni fa, l’EROEI del petrolio raggiungeva la cifra 100, e forse anche di più (Hall 2009). E’ stato questo altissimo EROEI a portare i carburanti fossili al predominio che detengono tutt’oggi sul mercato. Incapaci di raggiungere EROEI così elevati, le altre fonti energetiche non avevano alcuna possibilità di competere. Ed, infatti, ancora oggi abbiamo bisogno di energia fossile per costruire impianti che generano energia di tipo non-fossile. Ma, con i carburanti tradizionali in netto declino, sarà molto difficile sostenere la crescita di energie alternative ad un ritmo abbastanza rapido da fornire una transizione dalle fonti convenzionali a quelle nuove senza strappi. Possiamo immaginare un mondo industrializzato che non necessita carburanti fossili, ma pare che non riusciremo ad arrivarci abbastanza in fretta.</p>
<p>Quindi, siamo di fronte alla maledizione di Tantalo: siamo circondati da enormi quantità di energia, ma non riusciamo a sfruttarla. E questo sarà vero finché non svilupperemo una tecnologia che abbia un EROEI molto migliore di quella presente. Con un ritorno energetico molto rapido rispetto agli investimenti, potremmo liberare il sistema energetico mondiale dalla sua dipendenza dai carburanti fossili. E questo, sfortunatamente, è più facile a dirsi che a farsi. Internet è ricca di proclami di presunte rivoluzioni tecnologiche che promettono molto ma spesso risultano essere solo sogni; o, in alcuni casi, addirittura truffe. Però, potrebbe esistere una tecnologia energetica, basata su principi fisici accertati, capace non solo di promettere, ma di fornire un EROEI alto: l’energia eolica d’alta quota.</p>
<p>L’idea fondamentale di questo tipo di energia è che il vento è diventa molto più intenso man mano che ci si sposta verso le fasce alte dell’atmosfera. La velocità media del vento aumenta con l’altezza, in base ad una curva esponenziale (chiamata “esponenziale di Hellman”) pari ad 1/7.</p>
<p>Ma l’energia contenuta in una massa d’aria in movimento aumenta al cubo della sua velocità. Con un semplice calcolo, scopriremo che elevando la turbina ad un’altezza di 800 metri, l’energia fornita aumenta di un fattore di 8 rispetto a quella che otterrebbe a livello del suolo. Sono possibili incrementi maggiori ad altitudini più elevate, in cui i venti hanno anche una maggiore costanza; in questo modo, si evita il problema dell’intermittenza, tipico delle turbine eoliche tradizionali. Ma, ovviamente, è impossibile raggiungere queste altezze con l’attuale tecnologia eolica, che arriva al massimo a 100 metri, a causa del costo e del peso della torre.</p>
<p>Questo concetto è palese da lungo tempo ed ha generato svariate proposte per sfruttare l’energia eolica ad altitudini maggiori. Ci sono due modi possibili per farlo: palloni aerostatici ed ali. Potete seguire un riassunto degli ultimi sviluppi in materia nell’<a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/anz.theoildrum.com');" href="http://anz.theoildrum.com/node/3500" target="_blank">opera di Big Gav (2009) pubblicata da TOD</a>. Come potete vedere, ci sono molte idee in questo campo, molte delle quali si limitano ad essere semplici schemi su un foglio. In molti casi, la fornitura energetica dei sistemi proposti è solo un’ipotesi, mentre in altri casi (come quello dei palloni aerostatici) la necessità di impiegare una risorsa non rinnovabile è un limite considerevole.</p>
<p>Comunque, alcuni sistemi sono stati studiati a fondo ed altri testati con il metodo sperimentale. I <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/europe.theoildrum.com');" href="http://europe.theoildrum.com/node/www.skywindpower.com/" target="_blank">sistemi basati sui rotori</a> sono realizzabili ed quelli basati sugli aquiloni, in particolare, sono estremamente promettenti. Saul Griffith della Makani Power ha mostrato <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.treehugger.com');" href="http://www.treehugger.com/files/2009/03/saul-griffith-and-energy-generating-kites-at-ted-video.php" target="_blank">alcune immagini</a> di un esperimento in cui ha impiegato un aquilone a tre corde. Anche Wubbo Ockels (della Delft University of Technology) sta svolgendo <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.youtube.com');" href="http://www.youtube.com/watch?v=GractDA9IBU&amp;feature=related" target="_blank">esperimenti basati sugli aquiloni</a>. In questo campo, il sistema più avanzato pare il Kitegen: un aquilone creato da Massimo Ippolito della <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.kitegen.com');" href="http://www.kitegen.com/index_it.html" target="_blank">Sequoia Automation</a>, un’azienda italiana. I test sui prototipi di questo sistema sono stati conclusi ed il primo impianto energetico di questo tipo è attualmente in costruzione nell’Italia settentrionale.</p>
<p>Il Kitegen è un semplice sistema aerodinamico: usa aquiloni d’ultima generazione che ascendono in modo dinamico, volando a 70-80 metri al secondo, che è anche la massima velocità raggiunta dalle estremità delle pale di una turbina eolica convenzionale. Nella sua configurazione più semplice (chiamata “a stelo”), il sistema impiega un solo aquilone, collegato ad un generatore posto al suolo. L’aquilone si muove come uno yo-yo: quando sale, genera energia che viene trasformata in elettricità dal generatore. Quando raggiunge la sua massima elevazione, viene posto in una configurazione aerodinamica di stabilità, in modo che possa essere tirato giù con un dispendio energetico minimo. Due steli che operano in sinergia potrebbero funzionare come un motore a due cilindri, sebbene la fase in cui si produce energia durerebbe il 90% del tempo, mentre a quella di “ritiro” sarebbe molto più breve. Un solo stelo potrebbe fornire un’energia massima di qualche Megawatt. Impianti più grandi potrebbero essere utilizzati nella configurazione detta “a giostra”. In questo caso, gli aquiloni volano ad un’altezza costante, a quota molto più elevata, esercitando una trazione su un generatore che è disposto su un binario circolare. In questo caso, l’energia massima ottenibile raggiunge uno o più Gigawatt.</p>
<p><img style="width: 550px; height: 309px; float: right;" src="http://www.megachip.info/ff/kitegenStemVolo550.jpg" alt="kitegen1_2_128k-frecce" hspace="5" vspace="5" />Considerati gli studi dettagliati sul Kitegen, possiamo usarlo per fare una stima dell’EROEI offerto dai sistemi eolici d’alta quota. Prima di farlo, comunque, è meglio riassumere i dati che conosciamo sull’odierna tecnologia eolica. Nalukowe e i suoi colleghi hanno recentemente condotto una ricerca, per conto della LCA, sulle turbine eoliche convenzionali da 3 Megawatt: secondo le loro stime, l’energia necessaria per costruire e manutenere una turbina per un periodo di 20 anni è di circa 8000 Megawatt orari. Dato che il peso totale della parte della struttura che emerge dal terreno è di 400 tonnellate, possiamo calcolare che abbia un fabbisogno energetico di circa 20 Kilowatt orari per ogni chilo. La turbina produrrà 160,000 Megawatt orari durante la sua esistenza e quindi l’EROEI finale è di circa 20.</p>
<p>Qual’è il risultato di un approccio simile alla tecnologia Kitegen? Secondo Massimo Ippolito (informazioni pubblicate su <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.kitegen.com');" href="http://www.kitegen.com/" target="_blank">www.kitegen.com</a>) l’energia necessaria per produrre un Kitegen da 3 Megawatt è di 40 Kilowatt orari per chilo, oppure di 40 Megawatt orari per tonnellata. Questo calcolo prende in considerazione tutti i materiali necessari per la costruzione: l’acciaio che costituisce la struttura, il rame dei cavi elettrici, il neodimio ed il boro necessari per i magneti, il montaggio dei macchinari, il trasporto, la costruzione, et cetera. Questa cifra include anche i costi energetici relativi al lavoro degli operai all’impianto e alla periodica sostituzione dei cavi e degli aquiloni, in un arco temporale di 30 anni.</p>
<p>E’ evidente che il Kitegen richiede molta più energia al chilo di una turbina eolica convenzionale; c’era da aspettarselo: dopotutto è una tecnologia molto più complessa. Ma lo stelo è anche più leggero. Un impianto da 3 Megawatt pesa circa 30 tonnellate. Quindi, potremmo stimare che l’investimento energetico totale per la sua costruzione ruota intorno ai 1200 Megawatt (30 tonnellate moltiplicate per 40 Megawatt orari a tonnellata). Se supponiamo che il nuovo impianto funzioni 5mila ore all’anno, a potenza massima, produrrà approssimativamente 15mila Megawatt orari all’anno, o 450mila in 30 anni. Il risultato finale è un’EROEI di 375 (!!). Se supponiamo un’esistenza di soli 20 anni, questa cifra potrebbe ridursi, ma risulterebbe comunque enorme. Impianti Kitegen più grandi, del genere “a giostra”, riuscirebbero a raggiungere altitudini maggiori, attingere a venti più forti ed avere un EROEI ancora maggiore. Questo calcolo è valido per il caso specifico del sistema Kitegen, ma anche altri sistemi basati su aquiloni o rotori avrebbero EROEI di questa scala di grandezza.</p>
<p>Ovviamente, questi dati vanno presi con molta cautela, però sono sufficienti per mostrarci l’enorme potenziale dell’energia eolica d’alta quota. Gli EROEI più alti di 100 ci riportano all’epoca d’oro dell’abbondanza e del basso prezzo dei carburanti fossili, senza tutti i problemi e i pericoli annessi a questo tipo di fonte energetica.</p>
<p>Un ulteriore vantaggio degli impianti a energia eolica d’alta quota é l’ubiquità della loro edificabilità; inoltre, possono fornire energia in maniera sostanzialmente continuativa (Archer e Caldeira, 2009). Sebbene l’alto costo dello stoccaggio di energia non possa essere completamente eliminato, ne risulterebbe assai ridotto. Con l’eolico d’alta quota, potremmo sul serio avere quel tipo di energia “troppo economica per tenerne conto” che è stato <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.cns-snc.ca');" href="http://www.cns-snc.ca/media/toocheap/toocheap.html" target="_blank">profetizzato</a> negli ottimistici anni ‘50. Non solo avremmo energia economica, ma potremmo averla in tempi brevi. Consideriamo una turbina eolica tradizionale, con un EROEI di 20 ed una vita di 20 anni. In questo periodo, l’energia generata potrebbe essere usata per costruire altre 20 turbine; in media, una all’anno. Un Kitegen, con un EROEI maggiore di 200, potrebbe essere il “seme” per centinaia di altri Kitegen, con una media di uno al mese. Con un EROEI di questa dimensione, l’energia eolica d’alta quota non avrebbe bisogno della “stampella” dei carburanti fossili: potrebbe crescere con le sue sole forze, sostituendosi alle fonti fossili molto prima che si consumi l’ultima goccia di petrolio. Potrebbe anche facilitare la lotta al riscaldamento globale, offrendo un rapido taglio ai gas serra prodotti dai carburanti fossili.</p>
<p>Ovviamente, tutto questo è da considerarsi un sogno, finché non sarà testato e verificato. Ma, come minimo, è un sogno dalle solide basi fisiche ed ingegneristiche. Ma, anche se accettiamo in linea teorica il basso costo e l’alto EROEI, dobbiamo tenere a mente che il pianeta Terra è un sistema limitato. Quindi, quali sono i confini ultimi dell’eolico d’alta quota?</p>
<p>Si stima che circa il 2% dell’energia solare che arriva sulla superficie terrestre si trasformi in energia eolica. L’atmosfera non è un motore termico molto efficiente, ma si tratta di una quantità di energia tale che un semplice 2% risulterebbe abbondante rispetto alle nostre necessità. Si stima che il totale dell’energia accumulata in forma eolica corrisponda a circa 2000 Terawatt (Hurley 2009), o forse più, secondo altre stime. Per capire la mole d’energia di cui si sta parlando, potremmo fare in confronto: l’energia primaria totale che l’umanità produce oggigiorno corrisponde ad una media di circa 16 Terawatt. Quindi non c’è dubbio che l’energia eolica sia abbondante: secondo una ricerca del 2005 di Archer e Jacobson, già a 80 metri d’altezza troviamo un livello di energia tale che, con le attuali energie eoliche, sarebbe sufficiente per generare un quantitativo di energia eolica pari al totale della produzione energetica odierna. Ma c’è n’è un quantitativo maggiore ad altitudini più elevate e dovremmo sfruttarne solo una bassa percentuale di esso per riuscire a soddisfare il nostro attuale fabbisogno.<br />
Un problema potrebbe essere costituito dall’effetto dei rotori o degli aquiloni sulla circolazione del vento atmosferico. Questo aspetto è stato esaminato da Archer e Caldeira (2009) grazie all’uso di modelli climatici. I risultati mostrano che attingere a questo tipo di energia potrebbe ridurre le precipitazioni. Tale effetto sarebbe comunque poco significativo (una riduzione delle precipitazioni dello 0,1%) se volessimo raggiungere un quantitativo energetico pari al nostro fabbisogno odierno. Ciononostante, questo effetto collaterale limita la portata della tecnologia eolica d’alta quota. Utilizzarla per produrre un quantitativo di energia pari a dieci volte il nostro fabbisogno odierno potrebbe risultare sconveniente. Si tratta comunque di grandissime quantità di energia gratuita e a bassissimo impatto sugli ecosistemi terrestri. Potrebbe essere anche accresciuta, indirettamente, se impiegassimo l’energia eolica per fabbricare pannelli fotovoltaici o altre tipologie di impianti solari. Non dovremmo essere sorpresi da questo tipo di prospettive. Dopotutto, come abbiamo detto, siamo circondati da alti quantitativi di energia e, se riuscissimo a trovare il modo di sfruttarla, perché non farlo?<br />
Con in mano questi dati eccezionali, potremmo essere tentati dal considerate l’energia eolica d’alta quota una tecnologia energetica quasi senza confini. Ma sarebbe un errore. La produzione dell’energia non è statica: procede congiuntamente all’economia e, se l’economia è alimentata da una fonte di energia economica ed abbondante, tende a crescere esponenzialmente. La crescita esponenziale è pericolosa ed ingannevole: potremmo sbattere la testa sul limite massimo della sfruttabilità dei venti d’alta quota molto prima di quanto ci si aspetterebbe.</p>
<p>Ma esiste un problema ancor più serio: l’energia non è l’unico parametro da cui dipende l’economia. L’abbondanza di un bene non equivale all’abbondanza di tutti gli altri. Un’abbondanza di energia elettrica non si traduce necessariamente in un’abbondanza di alimenti, sebbene è certo che l’elettricità possa essere usata come <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/europe.theoildrum.com');" href="http://europe.theoildrum.com/node/4606" target="_blank">sostitutivo dei carburanti fossili nei processi agricoli</a>. Che il nostro problema non sia solo relativo all’energia è confermato dai modelli sviluppati per la serie “I limiti della crescita” (Meadows 2004). I modelli in questione possono essere impiegati con scenari che presuppongono alti (o addirittura infiniti) quantitativi di energia disponibile, ma il risultato è che un sistema economico collassa a causa dell’impatto generato da una combinazione di sovrappopolazione ed inquinamento sull’agricoltura e sull’ambiente. Per evitare il collasso, sarebbe necessario bloccare sia l’economia che la popolazione ad un livello stazionario. Ed, anche se ci riuscissimo, il consumo graduale dei minerali ci costringerebbe a produrre quantitativi energetici sempre maggiori per mantenere invariato il flusso attuale dei beni minerali (Diederen 2008, Bardi 2008). Quindi, anche con un livello abbondante di energia, avremmo bisogno di riciclare e riusare i beni prodotti.</p>
<p>Detto questo, anche se il livello di energia è abbondante, è necessario considerare la limitatezza del sistema energetico del pianeta Terra. In ogni caso, l’energia eolica d’alta quota ci offre la speranza di un futuro di relativa abbondanza, e anche di prosperità, se saremo capaci di mantenere stabili l’economia e la popolazione ed evitare di sfruttare in maniera eccessiva le nostre risorse minerali e l’agricoltura.</p>
<p>Riconoscimenti: l’autore ringrazia Massimo Ippolito per i suoi commenti e spunti per questo articolo.</p>
<p>Nota: l’autore non è finanziariamente collegato alla Kitegen Research S.r.l, la società che sta sviluppando il sistema kitegen descritto nel presente articolo. Ha, tuttavia, un piccolo interesse finanziario in “Wind Operations Worldwide” (WOW), formata da un gruppo di piccoli investitori che intendono finanziare lo sviluppo dell’energia eolica ad alta quota, in particolare del sistema kitegen.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">References </span><br />
Archer, C. L., and Jacobson, M.Z., 2005, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.stanford.edu');" href="http://www.stanford.edu/group/efmh/winds/global_winds.html" target="_blank">“Evaluation of global wind power”</a>.<br />
Archer, C. L. and Caldeira, K, 2009, .”Global assessment of high altitude wind power”.<br />
Bardi, U, 2008, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/europe.theoildrum.com');" href="http://europe.theoildrum.com/node/3451" target="_blank">“The universal mining machine”</a>.<br />
Big Gav, 2008, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/anz.theoildrum.com');" href="http://anz.theoildrum.com/node/3500" target="_blank">“Alternative Wind Power Experiments – SkySails and Airborne Wind Turbines”</a><br />
Diederen A., 2008 , <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/europe.theoildrum.com');" href="http://europe.theoildrum.com/node/5239" target="_blank">“Minerals scarcity: A call for managed austerity and the elements of hope”</a><br />
Hall, C and Lambert, J. G., 2009 (accessed) <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.esf.edu');" href="http://www.esf.edu/EFB/hall/images/Slide1.jpg" target="_blank">“The balloon diagram and your future”</a></p>
<p>Hurley, B. 2009, “How much wind energy is there?” <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.claverton-energy.com');" href="http://www.claverton-energy.com/how-much-wind-energy-is-there-brian-hurley-wind-site-evaluation-ltd.html" target="_blank">“How much wind energy is there?”</a></p>
<p>Meadows, D. Randers, J, and Meadows D., 2004 “The Limits to Growth, the 30 years update”, # ISBN 1-931498-58-X,Nalukowe, B. B., Liu J., Damien, W., Lukawski, T., 2006, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.infra.kth.se');" href="http://www.infra.kth.se/fms/utbildning/lca/projects%202006/Group%2007%20%28Wind%20turbine%29.pdf" target="_blank">“Life Cycle Assessment of a Wind Turbine”</a>REN21, 2009, , <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.ren21.net');" href="http://www.ren21.net/pdf/RE_GSR_2009_Update.pdf" target="_blank">“Renewables: global status report”</a><br />
WNA (World Nuclear Association) 2009, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.world-nuclear-news.org');" href="http://www.world-nuclear-news.org/NP-Nuclear_generation_drops_in_2007-0906085.html" target="_blank">“World Nuclear News 2009″</a>.</p>
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		<title>Ma mi conviene il fotovoltaico? (Di Ugo Bardi)</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 12:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Rognini</dc:creator>
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